18 gennaio 2002

Articolo pubblicato sul 'Corriere della Sera' del 18/01/2002:
Scala, scene e segreti di un mito

I miti non muoiono, non riescono a morire per sempre. Si possono uccidere, ma rinascono; si cerca di dimenticarli, ma e’ fatica vana. Prima o poi appaiono di nuovo e ghermiscono con il loro fascino altri uomini, altre storie. Alcuni edifici sono diventati nel tempo dei miti. Il Partenone di Atene, ad esempio. Trasformato in chiesa cristiana, in moschea, persino in polveriera, distrutto parzialmente da una bomba veneziana nel 1687 durante l’assedio di Francesco Morosini, rubate molte sue sculture da mano inglese all’inizio dell’Ottocento, il tempio e’ tornato ad essere il simbolo della classicita’. Dinanzi ad esso il visitatore attento vede ancora passeggiare Pericle mentre discute eternamente con gli architetti Ictino e Callicrate intorno ai lavori. Non si creda che il paragone sia arduo: la Scala e’ uno di questi luoghi. Cosi’ come la Cappella Sistina, la cattedrale di Notre Dame, il muro del pianto di Gerusalemme, le piramidi d’Egitto o i massi megalitici di Stonehenge, dove il culto del sole si celebra da quasi seimila anni.

TEATRO DEGLI ARCIMBOLDI - Perche’ la Scala e’ un mito? E’ bene farsi oggi questa domanda, alla vigilia del trasferimento al Teatro degli Arcimboldi, dove le note della Traviata di Verdi diretta da Riccardo Muti daranno il via domani all’esilio piu’ lungo della sua storia. Diremo innanzitutto che gli interventi erano necessari. Dopo l’ultima guerra l’edificio ideato dal Piermarini soffriva di troppi acciacchi. Per spiegarli bastera’ ricordare che nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1943 gli aerei alleati, verso l’una, sganciarono sulla Scala e sulla povera citta’ di Milano tonnellate di bombe incendiarie e dirompenti. Crollo’ la volta, i palchi si trasformarono in cenere, i tessuti damascati e le specchiere dorate, eleganti testimoni dei trionfi della nostra lirica, diventarono nel volgere di pochi minuti un ricordo. Le macerie raggiunsero la seconda fila dei palchi. Rimase intatto soltanto il palcoscenico.
Ci fu allora, in quel triste autunno 1943, quasi una reazione fisica della citta’ nel non abbandonare l’edificio e la stagione. Si spostarono le rappresentazioni nei vari teatri milanesi ancora in piedi e negli altri capoluoghi lombardi, ma si cominciarono subito i lavori. Giuseppe Barigazzi ne "La Scala racconta" ( ora in un’aggiornata edizione Bur) ricorda che palchi e gallerie furono coperti da una tettoia anulare che seguiva il perimetro della sala e che la platea rimase a cielo aperto sino all’inizio della ricostruzione del tetto (ottobre 1944). Si impiegarono quattro mesi per lo sgombero delle macerie. Ma appena fu possibile si cerco’ di ritornare nel teatro: l’11 ottobre di quel 1944, sotto la bacchetta di Hans Weisbach, l’orchestra si schiero’ "a richiesta generale" (come si legge nella locandina) nel tempio scheletrito per eseguire la Quinta sinfonia di Bruckner e l’ouverture Coriolano di Beethoven. Il pubblico era seduto su sedie comuni, l’acustica non c’era piu’, ma si ritornava tra quelle mura.

TOSCANINI - Gia’, quelle mura. Dei teatri europei la Scala fu il primo a risorgere con il concerto diretto da Toscanini, l’11 maggio 1946. A Milano mancava tutto ma non i soldi per ridare vita a quel luogo. Il celebre direttore, allorche’ varco’ la soglia del ricostruito edificio, batte’ le mani per provare l’acustica. Un testimone ci ha riportato la frase fatidica del maestro: "E’ la stessa di prima". Purtroppo diceva una bugia. Le strutture del Piermarini erano state guarite in fretta, con il cemento armato, con quel che si poteva. Sotto la platea, oltre i velluti rossi delle poltrone, ci sono ancora oggi le macerie. Le onde sonore in taluni punti della sala vengono offese da materiali non adatti. Anche per questi motivi la Scala ha bisogno di 30 mesi di cure (riaprira’ il 7 dicembre 2004). Spostare le esecuzioni agli Arcimboldi, al di la’ delle mille discussioni che si sono fatte, e’ stata una scelta opportuna. Di un’alternativa con un tendone (come insegna la Fenice di Venezia) o della dispersione o sospensione dell’attivita’ non vogliamo nemmeno parlare.
Andra’ in periferia, con un atto di coraggio. Un mito, pero’, se lo puo’ permettere. Portarla dove pulsava il cuore degli stabilimenti Pirelli e’ anche una scelta politica, piaccia o no. E poi ritornera’ dove e’ sempre stata, in faccia a Palazzo Marino, oggi sede della municipalita’, ma soprattutto luogo che vide nascere e soffrire suor Virginia Maria de Leyva, meglio nota come Monaca di Monza.
Ci siamo chiesti perche’ la Scala sia un mito. La domanda e’ ingenua, ma forse vale la pena cercare insieme qualche risposta nella sua storia. Qui il giovane Alessandro Manzoni si recava nel ridotto a giocare d’azzardo (durante l’occupazione napoleonica il bilancio era aiutato dai tavoli di faraone e dalla roulette) e qui furono fischiate le tragedie di Ugo Foscolo. E va aggiunto che all’inizio dell’Ottocento un giovane bruttino, tarchiato, decisamente diverso dagli eroi dei romanzi romantici e che recava sulla manica i gradi di sottotenente di artiglieria (ottenuti grazie alle manovre di un cugino influente), insomma questo giovane comincio’ a scrivere, anzi a strillare nei libri, nelle lettere, nelle conversazioni e in tutto quello che gli capitava che la Scala era il piu’ bel teatro del mondo. Il guaio per gli altri concorrenti d’Europa era il suo nome: lo ricordiamo come Stendhal. Di piu’.
Allorche’ Ferdinando I decide di cingere la Corona Ferrea nel settembre 1838, e quindi di ribadire con l’atto la signoria degli Asburgo sul Lombardo-Veneto dopo le cerimonie nelle varie chiese "occupa" con spettacoli e serate di gala in cerca di consenso per oltre un mese quel teatro che e’ ormai un luogo-simbolo. Dal palco reale si affacceranno nel volgere di due anni Francesco Giuseppe, Vittorio Emanuele II e Napoleone III: tra il 1857 e il 1859 occorreva mostrarsi da li’ per ricordare al popolo chi comandava in Italia.

TEMPIO DELLA MUSICA - Certo, la Scala e’ soprattutto un tempio della musica e tra le sue mura si sono "inventate" le tendenze, le mode, le arie, le armonie piu’ note. Verdi senza di essa sarebbe un musicista minore e Rossini lo seguirebbe. Cosi’ va detto di troppi altri, non esclusi Puccini, Bellini, Donizetti. Il mito di Toscanini e’ legato anche e soprattutto alla Scala. Devono ringraziare per l’ospitalita’ in tempi difficili somme bacchette come von Karajan e Furtwängler.
L'unita’ d'Italia l'ha decisa la borghesia alla Scala. Dal palco reale hanno salutato i vicere’ austriaci, quelli francesi e quelli piemontesi (poi subito italiani), i probi sudditi di Casa Savoia, i fascisti, infine gli antifascisti, i democristiani, i comunisti, i socialisti. I socialdemocratici osarono tenere in quella sala una specie di congresso. Gli ospiti illustri sono stati troppi. Valga per tutti Carlo d'Inghilterra: per il Don Giovanni di Mozart esibi’ il suo profilo molto inglese il 7 dicembre 1987 senza attenuarlo con quello piu’ dolce dell'allora consorte Diana. Si direbbe che la storia d'Italia abbia sfilato tra quelle mura per concretizzarsi e la restante abbia chiesto ospitalita’, mentre sul palcoscenico i musicisti cercavano le loro dosi di gloria.
Accanto a cio’ non si deve dimenticare che i palchi della Scala, oltre che salotti per discorsi letterari e politici, furono delle alcove. La buona societa’ milanese ottocentesca concepi’ alcuni suoi figli tra un'aria e un acuto. Per questo occorre sempre guarnire con un risolino quelle frasi tipo "si va alla Scala!", che autori o registi fanno proferire a fanciulle con scialli, ventagli e crinoline. E per ultimo si ricordi che uno dei mali della Milano contemporanea, il traffico, fa il suo esordio proprio grazie a questo teatro in una grida del 20 dicembre 1791. Allora all'angolo con via Santa Margherita, dove era il caffe’ dell'Accademia, nelle sere di rappresentazione si tirava una catena allo scopo di impedire il transito delle carrozze che provenivano da piazza Mercanti. Facevano irruzione tutte insieme in un piccolo lasso di tempo e nel medesimo luogo, creando per l'epoca un ingorgo pauroso. Certo, non inquinavano. Ma se avete tempo di leggere le lamentele di allora, vi accorgerete che anche i cavalli avevano la loro parte. Risparmiateci di darne specifica notizia.

Armando Torno - 18 gennaio 2002